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13.03.2003
In viaggio
Sono anni che non vado con Francesca da qualche parte.
Siamo a Miami, sono le 8 di sera, e siamo reduci da un’estenuante
giornata in aereo. Prima ci siamo sorbiti 2 ore di volo da Roma a Londra.
Poi un lunghissimo Londra-Miami, che è durato 9 ore e passa. L’agitazione
e l’entusiasmo di questi ultimi giorni hanno lasciato il posto alla
stanchezza, tant’è che ora siamo calmi, silenziosi e tranquilli.
Aspettiamo con rassegnazione l’ultimo volo, che ci porterà
a La Paz, e che non è neanche tanto breve…
Stiamo andando da Carlo, il mio coinquilino ed amico di sempre, che da
un anno ormai ha lasciato la Città Eterna per l’America Latina.
Se tutto va bene ci viene a prendere all’aeroporto di El Alto domani
mattina presto. Dopodiché dovremo smaltire queste infinite trenta
ore di viaggio.
Buona notte.
14.03.2003
La Paz
La Paz ci ha accolti sotto una pioggia battente. Abbiamo dormito
praticamente per tutta la notte, ci siamo svegliati solo quando le hostess
della American Airlines (scortesi, rumorose e brutte) hanno portato da
mangiare.
Arrivati a destinazione, abbiamo recuperato velocemente le valigie, ed
all’uscita abbiamo, con molto piacere, trovato Carlo, che ci è
venuti a prendere con un taxi.
La città che vediamo, malgrado il cielo grigio e la pioggia, è
molto graziosa, circondata da imponenti montagne che colorano la vallata
di rosso, marrone e verde.
La casa/ufficio di Carlo si trova in un quartiere di buon livello (Sopocachi),
e l’accoglienza che ci riserva è molto gradita.
L’altitudine si fa sentire subito: ci gira la testa e non riusciamo
a fare due passi senza strisciare dalla fatica con la lingua penzoloni.
Carlo – chiaramente – ci fa trovare a casa i rimedi naturali
contro il soroche (il mal di montagna), tant’è che ne approfitto
subito e mastico foglie di coca fino a sera inoltrata. L’effetto
è molto blando, ma quasi immediato e decisamente efficace.
Dormiamo quindi per quattro ore filate, riprendendoci parecchio. I 4.000
metri di altitudine rendono difficile la respirazione anche durante il
sonno, ma sopravviviamo senza problemi eccessivi.
Al risveglio, beviamo un mate de coca, facciamo quattro chiacchiere davanti
ad un piatto di spaghetti all’amatriciana (cuociono per 20 minuti,
qui l’acqua bolle a 80 gradi…), e partiamo tutti insieme verso
il Mercato Nero di La Paz. Carlo deve comprare delle cose per l’ufficio,
e quindi lo seguiamo volentieri per il nostro primo giro di ricognizione.
Prendiamo un taxi (qui non costano nulla), ed attraversiamo la città
con le sue strade continuamente in salita, arrivando presto nell’enorme
mercato, che occupa tutto un quartiere.
E’ un labirinto di vicoli e vicoletti, dove si trova proprio di
tutto: generi alimentari, bancarelle di abbigliamento, intere strade occupate
solo da negozietti di Hi-Fi taroccato (ci viene detto che non esistono
marchi originali, qui è tutto imitato alla perfezione). Io decido
che per affrontare il viaggio dei giorni seguenti devo procurarmi un paio
di scarpe da trekking (sono partito senza), ma rimando l’acquisto
a domani, ora non ho proprio né voglia né testa di impegnarmi
in un’impresa del genere…
Malgrado la calca impressionante, la gente che occupa il mercato sembra
molto pacifica. Nessuno, come nei paesi che ho visitato finora, prende
di mira i turisti. Nessuno reclama per un mancato acquisto… sembra
quasi di essere in Europa.
Torniamo verso casa di Carlo, però prima passiamo a trovare un
suo amico fiorentino, che vive a due isolati. E’ un fricchettone/capellone
che vive in Bolivia da 14 anni, senza fare nulla. Sembra l’uomo
più felice del Mondo, e vorrei ben vedere…
Chiacchieriamo per un’oretta ed ascoltiamo le sue composizioni musicali…
a dire il vero poco incoraggianti. Ma l’atmosfera rilassata e tranquilla
fa placidamente scorrere il pomeriggio, e con un altro paio di mate di
coca il soroche sembra quasi lontano.
Di sera, dopo una bella doccia, usciamo con un altro amico di Carlo, un
cooperante torinese che lavora in una località sperduta nel sud
boliviano da svariati anni, ed andiamo a mangiare in una churrasqueria,
dove consumiamo una porzione esagerata di carne, accompagnata da una montagna
di verdure arrosto.
Durante il pasto ci raggiunge un altro amico (ma quanti italiani ci sono??),
che si chiama Carlo anche lui (e che d’ora in poi chiamerò
“Carlo 2”), e che lavora anche lui nella cooperazione. Data
la scarsa disponibilità di letti a casa di Carlo 1 (il nostro Carlo),
dovremo dormire, per queste notti a La Paz, a casa di Carlo 2.
Dopo
la lauta cena ci dirigiamo verso un pub, un locale molto carino tutto
in legno, con il pavimento ricoperto di ghiaia grezza. Decisamente un
bel posto, addirittura trendy e di design per gli standard europei. Certo
che a La Paz si sta proprio bene… siamo molto sorpresi dal comfort
e dalla tranquillità con cui si può girare di notte. E’
una città sicura che mette molto a proprio agio.
Torniamo a casa presto, non oltre le 23, e trasferiamo gli zaini da casa
di Carlo 1 a casa di Carlo 2. Il trasferimento ci costa tre anni di vita
(anche se le due case sono a pochissimi isolati), ma con il fiato cortissimo
entriamo in una splendida casa, enorme, con un bagno grande come il mio
salone. Le finestre offrono un panorama notturno mozzafiato della città.
Tutte le strade sono illuminate, e le montagne sono ricoperte da mille
luci, che rendono magica la veduta. Sembra quasi che le stelle siano ovunque,
sopra e sotto. L’effetto è veramente notevole.
Andiamo a nanna verso l’una. Francesca ed io ci buttiamo nel sacco
a pelo e dormiamo profondamente per tutta la notte.
15.03.2003
La Paz
Non mi sveglio tardi. Il Sole fa capolino nella stanza, mi alzo
e mi accomodo nel salone, di fronte alla finestra panoramica. C’è
molto silenzio in strada, e Carlo 2 è già andato a lavorare.
In compenso, di tanto in tanto echeggiano i clacson dei venditori di bombole
di gas, che qui passano ogni mezz’ora.
Francesca apre gli occhi verso le 9,30; usciamo quindi alla ricerca di
un bar, per una ricca colazione. Troviamo un posto delizioso a poche centinaia
di metri, "La Terraza", e mangiamo per pochi euro delle
uova strapazzate, una macedonia di frutta, un toast ed uno yogurt…
tanto per non morire di fame…
Raggiungiamo Carlo 1 verso le 11, e con lui ritorniamo nel Mercato Nero
in cerca del paio di scarpe da trekking per me.
Attraversiamo la bolgia in direzione delle bancarelle che vendono scarpe.
Io e Francesca siamo di fuori come due zucchine, un po’ per il soroche,
un po’ per l’abbiocco post-cibo, sembriamo due spettri. L’acquisto
delle scarpe si rivela più difficile del previsto, non certo perché
non ci siano i posti che le vendono (sono centinaia le bancarelle che
vendono zapatas), ma perché i negozianti ridono appena dico di
cercare scarpe numero 45. Qui la gente è molto più minuta,
piccolina… al massimo arrivano alla misura 42. Andiamo bene…
Dopo aver perso qualsiasi speranza ed aver chiesto ad una cinquantina
di negozianti, riusciamo – non so come - a trovare delle imitazioni
di una marca sconosciuta, numero 44, al costo di 180 Boliviani (circa
22 euro). Esco quindi vittorioso dal mercato con il mio nuovo paio di
scarpe, fiero di poter affrontare le condizioni più avverse per
i giorni che ci aspettano.
A pranzo andiamo in un ristorante argentino con i due Carli (Carlo 2 ci
raggiunge lì), e ci abbuffiamo di carne deliziosa, tenera e succosa,
annaffiando il tutto con tre bottiglie di ottimo vino tinto (in quattro).
All’effetto del soroche, dobbiamo ora fare fronte anche ai fumi
dell’alcool. Il risultato è che prendiamo un taxi fino a
casa di Carlo quasi ubriachi (il vino non era tantissimo, ma 4000 metri
slm sì…).
Riposiamo e conversiamo piacevolmente per un po’, dopodiché
decidiamo di andare a visitare un posto chiamato “Valle della Luna”,
che si trova a pochi minuti da La Paz, ed offre bei panorami in una passeggiata
facile e breve.
Scendiamo entrambi di casa, e ci dirigiamo verso la strada dove passano
i micros. Aspettiamo solo un paio di minuti prima di salire su
quello giusto. Qui i mezzi pubblici sono tantissimi; su ognuno di questi
micros lavora un ragazzo (solitamente giovane) che aiuta il guidatore
ad effettuare le operazioni di carico/scarico dei passeggeri, si occupa
dei biglietti, ed urla a squarciagola il percorso del mezzo a tutti i
passanti. Il sistema funziona, funziona anche bene, meglio delle nostre
pensiline con i segnali sugli autobus…
In un baleno (meno di venti minuti), siamo a destinazione. Passiamo nei
quartieri ricchi della città, vediamo delle case meravigliose e
lussuose sparse per tutta la campagna circostante: ville colorate, giardini
curati e foltissimi incastonati in scenari montuosi notevoli, che si illuminano
di mille colori cangianti nel corso della giornata.
Il paesaggio è davvero bello, imponente ma armonioso, eterogeneo
e lineare al tempo stesso.
Quello che ci aspetta nella Valle della Luna supera le previsioni: un’immensa
area rocciosa formata da migliaia di guglie calcaree, che danno vita ad
una sorta di foresta di pietra.
Il sentiero si inerpica, talvolta ripidissimo, tra queste rocce infinite.
Gli scorci sono impressionanti, incutono molto rispetto.
Sono estasiato dalla potenza delle immagini e dalle mille forme strane
della roccia, e per l’ennesima volta capisco quanto abbia bisogno
di avvicinarmi alla terra, alle sensazioni primordiali ed alla natura,
nelle sue espressioni più imponenti.
Il sentiero è faticoso, ma all’uscita della valle siamo ampiamente
ripagati dalle montagne circostanti, che con la luce della sera si sono
colorate di viola e verde intenso.
Torniamo quindi, con lo stesso micro, a La Paz da Carlo. Dobbiamo riposare
un minimo ed andare a preparare la cena a casa di Carlo 2.
Ceniamo quindi di nuovo tutti insieme. Ci raggiungono anche due ragazze
boliviane, una delle quali lavora con Carlo 1. Mi occupo della cena preparando
pollo alla cacciatora per tutti con del riso in bianco ed un’insalata
mista. Una cena semplice ma laboriosa: visto che la temperatura di ebollizione
è bassa, il pollo cuoce nel doppio del tempo. Passiamo la cena
tra chiacchiere piacevoli che vengono fatte in spagnolo. Blatero per tutta
la sera nel mio itañol, con risultati a dir poco scoraggianti…
ma mi faccio almeno capire. E questo è quello che conta…
Verso le 11 inizio ad abbandonare la serata: tutta la stanchezza di questi
due giorni affiora, tanto è che non riesco neanche a seguire le
conversazioni degli altri.
Capisco quindi che è il momento di andare a nanna. Anche Francesca
mi raggiunge, ed in men che non si dica dormiamo come due neonati.
16.03.2003
La Paz – Oruro - Uyuni
Stamattina mi sveglia Francesca verso le 8,30. Sembra molto attiva.
Io accetto la levata volentieri, in fondo abbiamo dormito abbastanza,
e poi ho fame. C’è da dire che l’altura mette molta
fame, cosa che non ci scompone minimamente, visto che mangiamo in continuazione
da quando siamo arrivati.
Ed infatti Carlo 1 ci porta in una delle piazze centrali di La Paz, vicino
al mercato, dove ci sono le bancarelle che vendono le famigerate TUCUMANAS…
*** INTERLUDIO ***
Le TUCUMANAS: fagottini fritti molto simili alle samosa/sambusa
africane, un po’ più grandi e più ripieni. Si acquistano
presso delle bancarelle (lì ci sono le migliori tucumanas) per
due o tre Bolivianos. Mordendole si incontrano pezzi di pollo, uova sode,
patate, ed altre verdure che non si distinguono molto bene, ma che sono
comunque buonissime.
Come se non bastasse, le bancarelle mettono a disposizione una vastissima
scelta di salse e salsine, piccanti e non. La tucumana, già bella
unta di suo, diventa una bomba calorica che emette rivoli di oli, salse
e succhi vari. Assolutamente da provare. Di solito le bancarelle vendono
anche le SALTEÑAS, che sono come le tucumanas ma cotte
al forno e con un po’ meno carne.
*** FINE INTERLUDIO ***
Ci fanno talmente schifo che ne mangiamo due a testa…
Dopo la lauta colazione ci infiliamo nel palazzotto delle Fiere di La
Paz, dove si sta svolgendo la fiera dell’artigianato. Raccoglie,
su tre piani, una serie di banchi che vendono di tutto: dagli estratti
naturali di erbe della foresta amazzonica, ai tessuti di lama ed alpaca.
Facciamo acquisti, spendendo cifre irrisorie, ed andiamo a mangiare in
un ristorante peruviano, specializzato in pesce, ed il cui piatto più
famoso si chiama “ceviche”, pesce crudo marinato,
ereditato sicuramente dalla tradizione del sushi giapponese (il Perù
è pieno di giapponesi).
Io e Francesca mangiamo gamberoni all’aglio, sono enormi e gustosissimi,
carnosi e saporiti. Mangiamo molto in fretta perché alle 3 dobbiamo
prendere il bus per Oruro. Inizia il viaggio vero e proprio, l’esplorazione
degli altopiani del sud, del Salar de Uyuni, e delle splendide lagune
al confine con il Cile. Raggiungiamo quindi il terminal dei bus, e partiamo.
Il viaggio di tre ore e mezza da La Paz ad Oruro scorre piacevolmente.
Le vedute sono molto suggestive ed interessanti, ed infatti passiamo tutto
il tempo a guardare le bellissime montagne.
Ad Oruro prendiamo un taxi e siamo in pochi minuti alla stazione dei treni.
Facciamo i biglietti in fretta e prendiamo il treno per Uyuni.
Abbiamo due posti in uno dei vagoni di lusso, con sedili larghi e reclinabili,
uno “stewart” che serve caffè, tè e panini.
Per godere al massimo di tutti i comfort prenotiamo anche la cena al vagone
ristorante, dove per soli tre euro mangiamo della fantastica carne con
verdure.
Arriviamo puntuali ad Uyuni (verso le 2 di notte), dove incontriamo Dona
Santuza, la gerente di un hostal che ci ha indicato Carlo, che aspetta
i turisti alla stazione.
Alloggiamo quindi all’Hostal Marith, punto di appoggio
di molti giovani turisti come noi, in una stanza molto semplice ma pulita
e gradevole, ed in un baleno siamo a letto.
17.03.2003
Uyuni – Salar
Sveglia alle otto. Decidiamo di fare una grassa doccia, visto
che per quattro giorni avremo difficoltà oggettive a lavarci decentemente.
Dona Santuza prepara una frugale colazione con fette di pane, burro e
marmellata, poi inizia a descrivere il tour nel Salar de Uyuni che faremo
con l’agenzia convenzionata. Praticamente, da Uyuni ci muoveremo
prima verso Nord, in tutto il territorio del Salar, visitando delle comunità
locali che ci forniranno l’alloggio per la notte. Dopo il salar,
punteremo in direzione sud, verso il confine cileno, dove avremo modo
di vedere le meraviglie dell’altopiano e visitare le numerose lagune,
i geyser, fino alla mitica ed altissima Laguna Verde, a soli 20 Km dalla
frontiera.
Il costo dell’escursione è basso, solo 65 dollari per quattro
giorni in jeep, con guida e cuoca a bordo.
Con molta calma prepariamo i bagagli, ed il sonno arretrato scompare come
per magia dopo l’ennesima masticata anti-soroche.
Uyuni
è un paesino molto povero ed abbastanza privo di cose belle da
vedere, ma i boliviani riescono a creare un bel clima, allegro e sereno.
Sulla via principale di Uyuni passano cholitas dalle lunghe trecce,
vecchi acciaccati che camminano col bastone, donne e uomini vestiti all’occidentale,
e bambini di tutte le età.
Il popolo boliviano è di un’onestà, gentilezza e semplicità
che risultano evidenti in qualunque parola dicano, qualunque gesto compiano.
Sono meravigliosi.
Anche se il paesaggio arido e polveroso rende Uyuni un villaggio secco,
e talvolta squallido, la sensazione è quella di essere al sicuro,
di vivere insomma in mezzo a gente tranquilla ed umile.
Alle 11 arriva la jeep, con altri tre passeggeri a bordo: una ragazza
australiana brutta come la fame, un suo amico norvegese, brutto almeno
quanto lei, ed un ragazzo olandese coattissimo, molto macho e muscoloso.
L’impressione, insomma, non è proprio delle migliori, avremmo
preferito di gran lunga un gruppo di ragazzi argentini, o comunque latini.
La jeep è stretta e scomoda, ma dopo aver caricato tutto, finalmente
partiamo per il nostro tour.
Usciamo da Uyuni ed in cinque minuti raggiungiamo il Cimitero dei treni,
un’area abbastanza estesa in cui sono ammassate vecchie locomotive
arrugginite e vagoni abbandonati.
Il terreno è molto arido e pieno di immondizia sparsa in tutte
le direzioni. Il luogo è senza dubbio interessante, ma una visita
di cinque minuti è più che sufficiente.
La desolazione è vivacemente spezzata dalle montagne circostanti,
che come sempre arricchiscono il paesaggio con i loro colori e le loro
forme, spesso ammorbiditi da bellissime nuvole che sembrano delicatamente
coricate sulle cime.
Ma la vera sorpresa è il Salar de Uyuni.
Arriviamo in poco più di mezz’ora in una pianura sconfinata,
ricoperta da un bianchissimo strato di sale, che con il calore del Sole
diurno forma crepe e crateri di tante forme diverse. Il bianco accecante
ed infinito dà l’impressione di essere sollevati da terra,
le montagne si riflettono a specchio sul sale creando bellissime isole
sospese nel vuoto. L’effetto è meraviglioso.
Il cielo azzurro ed il Sole a picco riscaldano l’aria, e siamo costretti
a mettere una crema solare per non bruciare.
All’interno del Salar passiamo un paio d’ore in un’isola
incantevole (Isla pescado), che troneggia nel nulla, in mezzo
al bianco del sale, con i suoi cactus enormi, che riempiono tutta l’area.
La passeggiata è un po’ faticosa, siamo in fondo sempre a
4.000 metri, ma vale ampiamente la sfacchinata.
Mangiamo e lasciamo l’isola verso la comunidad che stasera ci ospiterà.
E’ un paesino molto piccolo e povero (si chiama Atulcha),
abitato da poche decine di famiglie contadine.
La stanza che ci danno per la notte è spoglia, ma alcuni poster
affissi alle pareti fanno capire che normalmente è una camera occupata
da bambini, e questo ne rende l’aspetto più grazioso.
Dopo una mezz’ora di riposo ripartiamo in jeep per visitare delle
tombe incaiche, con delle mummie ritrovate nelle caverne delle montagne.
Ci accompagna un contadino della comunità, il proprietario della
casa in cui dormiamo. Le sole due caverne che visitiamo – le uniche
aperte al pubblico – sono state rese agibili solo due anni fa ai
turisti.
Il contadino ci spiega come sono state rinvenute, e come questo sia solo
uno dei tanti buchi dove si possono trovare mummie. Lui è molto
simpatico e gentile, e spiega ogni singolo dettaglio con molta cura, raccontando
anche molti episodi di quando era chico e passava con rispetto
e circospezione davanti alle tombe. Io sono molto preso dalla semplicità
e dalla gentilezza dell’uomo, mi ricorda alcuni dei vecchi saggi
che mi parlavano quando ero bambino nel paese natale di mio padre, in
Abruzzo.
Lui è molto curioso, chiede di noi, di Roma, della Piazza S. Pietro.
Sgrana gli occhi ogni volta che gli spieghiamo qualcosa, e dice di voler
fuggire, prima o poi, da quell’isolamento, per vedere una città,
con le strade, le luci, “los semaforos”…
Torniamo e ceniamo con i nordici, che ci stanno parecchio antipatici,
e poi io e Francesca ci ficchiamo a letto prestissimo.
18.03.2003
Salar – Altopiano – Lagune
Sveglia alle 6,30 e veloce desayuno. Oggi passeremo praticamente
tutto il giorno in jeep.
Per raggiungere la zona delle lagune attraversiamo una pianura vastissima
ricoperta di fango. Facciamo moltissimi chilometri senza incontrare anima
viva, e rischiamo di impantanarci a più riprese, ma alla fine riusciamo
a raggiungere la prima piccola laguna, con tanto di fenicotteri rosa.
L’area desertica prosegue a perdita d’occhio attorno alla
laguna, è un paesaggio molto suggestivo, pieno di zolle erbose
sparse per tutto il terreno, secche, dure e pungenti come mazzi di aghi.
Mangiamo
sulla riva, c’è una pace ed un silenzio assoluto, si sentono
solo i fenicotteri gracchiare.
Le montagne sono innevate, e le nuvole spesse formano, con i riflessi
del sole, delle macchie colorate su tutti i pendii.
Non ho mai visitato un posto così isolato, così vasto e
desertico.
Proseguiamo con la jeep a velocità record, avvicinandoci sempre
più al confine con il Cile. Le montagne cambiano colore, e l’altopiano
si trasforma in un’enorme distesa di ghiaia rosa. Comincia anche
a tirare un discreto vento, e la temperatura scende di molto, in fondo
siamo sempre a 4.500 metri.
Incrociamo altre due piccole lagune perse nell’infinito nulla, poi
raggiungiamo un’area rocciosa, sempre dai colori strani, sulle cui
pietre sbucano ogni tanto dei conigli gialli (qui le chiamano viscachas),
con la coda lunga e con i baffi neri alla messicana. Sono molto buffi,
curioso come riescano a sopravvivere in questo posto privo di vegetazione.
Prima di arrivare a destinazione (nella Laguna Colorada), incrociamo il
famoso Arbol de Pedra, una roccia erosa dagli anni e dal vento a forma
di albero. Rispetto a quanto abbiamo visto finora è abbastanza
deludente, ed infatti facciamo tre foto e ripartiamo.
Arriviamo nella Laguna Colorada verso le 17. Tira un vento allucinante,
fa molto freddo.
Il rifugio dove dormiamo è una topaia/dormitorio con camere da
6/7 letti, con coperte e lenzuola sporchi, che puzzano di piedi e di capra.
L’elettricità viene erogata dalle 19 alle 21, non esiste
acqua corrente, i cessi sono in condizioni inenarrabili… Dopotutto,
siamo in mezzo al nulla, e per poter godere delle meraviglie della zona
dobbiamo adattarci a quello che passa l’organizzazione boliviana.
Facciamo un giro a piedi intorno al lago, e per raggiungere la riva siamo
costretti a passare in una zona fangosa in cui ci impantaniamo pesantemente
nelle molli zolle intrise di sale. Le scarpe diventano bianche fino alla
caviglia.
Il freddo è intensissimo, e siamo a quasi 5.000 metri. Durante
la passeggiata le raffiche di vento gelano la testa, e l’altitudine
si fa sentire. Rientro in camera che sono uno straccio.
Ceniamo con i ragazzi. Stasera spaghetti al pomodoro (ketchup) scotti
e carichi di cipolla. C’è solo quello, e praticamente non
mangio. Cerchiamo di socializzare con un po’ di conversazione e
giocando a carte con delle regole che ci spiega la racchia australiana.
Gli sforzi li facciamo, ma proprio non riescono a dire o fare cose simpatiche.
L’unico che si salva è l’olandese, con cui almeno si
riesce ad intavolare un discorso.
Andiamo a dormire alle 9, con sacco a pelo ed altre coperte, in quella
stanza fetida e gelida.
19.03.2003
Geyser, Laguna Verde e proseguimento per Alota
La
sveglia è alle 4, ma io riesco a svegliarmi alle 2,30 con un terribile
mal di testa. Esordisco con un paio di moccoli mattutini: ho passato una
notte orribile, svegliandomi a più riprese ed in preda a brutti
pensieri. Il “sellerone” norvegese, tra le altre cose, ha
deliziato gli astanti rigirandosi senza tregua nel letto metallico, che
ovviamente non ha smesso di cigolare un secondo.
Fa molto freddo, e con la luce delle candele dobbiamo ricomporre la valigia
e tutti gli altri oggetti in tempo per uscire alle 5. L’umore, come
ho detto, è pessimo, e mi diverte notare che anche Francesca è
più o meno nelle stesse condizioni.
Partiamo dalla laguna e raggiungiamo in poco tempo la zona dei geyser.
La scena è spettacolare, fortissima: delle grosse nubi di vapore
si alzano dalle pozze piene di fango bollente, creando un’atmosfera
spettrale e surreale.
La luna, nitidissima, illumina la vallata dall’alto, mentre all’orizzonte
compaiono le prime luci dell’alba.
Il malumore viene sedato lentamente dallo stupore e dalla meraviglia,
anche se il freddo è ancora insopportabile. Dalla zona dei geyser
raggiungiamo delle pozze di acqua calda. Il sole si è alzato nel
cielo e comincia a scaldare l’aria, e malgrado la temperatura saltiamo
nell’acqua in un baleno.
E’ calda, piacevole, trasparente e non maleodorante come normalmente
sono le acque termali.
Vale molto più di una doccia bollente: passa il mal di testa e
l’irritazione, e torna la voglia di fare e di vedere.
Facciamo colazione verso le 6, dopo esserci rivestiti, e partiamo alla
volta dell’ultima laguna, la Laguna Verde, che si trova a pochissimi
chilometri dal Cile.
Ancora una volta, quello che vediamo rasenta la fantascienza: la laguna,
molto estesa, è circondata da splendide montagne che si riflettono
a specchio sull’acqua, che offre tonalità verdastre e blu.
Non si vede nient’altro che roccia ed acqua, non ci sono uccelli
e nessun’altra forma di vita. L’acqua della laguna è
in realtà un miscuglio di acidi e veleni, e la colorazione è
data dall’arsenico, presente in grosse quantità.
E finalmente ci liberiamo dei due rompico**ioni, l’australiana ed
il norvegese, che proseguono con la nostra jeep per il Cile. Io, Francesca,
e l’olandese ci trasferiamo su un’altra macchina, dove troviamo
una coppia di olandesi ed un ragazzo australiano. Per lo meno sono persone
normali, riusciamo pertanto a fare conversazione ed a parlare di cose
decenti…
Comincia quindi il ritorno verso Uyuni, con la nuova guida, un uomo sulla
cinquantina, e la cuoca, sua moglie.
Il tizio guida a 30 km/h, e frena davanti a qualsiasi buca od asperità
del terreno; capiamo quindi fin d’ora che il viaggio sarà
lunghissimo ed estenuante.
La strada che facciamo non è quella dell’andata. Il paesaggio
è molto più arido ed anonimo. Io comincio anche ad annoiarmi
un po’, sono nervoso, voglio un letto decente, una doccia ed un
telefono… i piccoli capricci di un turista affetto da occidentalite,
fortunatamente agli stadi iniziali.
Facciamo un paio di pause presso altrettante comunidades, dopodiché
ci dirigiamo verso Alota, dove passeremo la notte.
Anche qui, ci mettono a disposizione una stanza-dormitorio con 6 letti
puzzolenti e corti. Anche qui, la luce elettrica viene erogata dalle 19
alle 21.
La cuoca serve la cena alle 7, e passiamo la serata con gli altri ragazzi
giocando a carte.
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