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20.03.2003
Uyuni – Potosì
Giornata assolutamente anonima e noiosa. Sveglia alle 6,30, desayuno
e partenza per Uyuni. Il tour è finito, finalmente. Non ne potevo
più.
Sulla strada incrociamo un altro paio di comunità, tra cui San
Cristobal, un posto fatto di case prefabbricate dal tetto in lamiera.
Devo dire che la desolazione è proprio tanta, cominciano a mettermi
tristezza questi paesini sperduti nel nulla, con quella gente umile, dal
sorriso buono e semplice, costretta a vivere in condizioni allucinanti.
Sono comunità che non esercitano neanche troppo fascino su di me:
le trovo tristi, squallide, senza nulla di interessante se non la popolazione
locale, che è e rimane splendida.
Siamo ad Uyuni verso le 2 di pomeriggio. Prendiamo una camera, sempre
all’Hostal Marith, da Dona Santuza, ma solo per il pomeriggio, visto
che alle 19 abbiamo il bus per Potosì.
Finalmente riesco a chiudermi in un internet café, scrivere agli
amici, rispondere ai tanti messaggi ricevuti. Poi di nuovo, a comunicare
con l’Italia: chiamo mio padre, Pier, e mio fratello. Mi sento molto
meglio.
Torno all’Hostal e mi faccio una doccia di due ore. Lustri, puliti
e profumati, ci muoviamo velocemente verso il terminal dei bus in taxi
(mentre fuori si scatena un temporale degno di questa latitudine tropicale).
Il bus per Potosì è piccolo e stretto, pieno di gente. I
boliviani sul bus sono carichi di scatole, coperte, stracci e ceste che
mettono ovunque, restringendo il già esiguo spazio a disposizione.
C’è un odore infernale di lama e di foglie di coca, odore
che – scoprirò più in là – caratterizza
tutte le cholitas.
Il viaggio dura moltissimo, più di otto ore (contro le sei dichiarate),
per le pessime condizioni della strada dovute al temporale di cui sopra.
Arriviamo quindi a Potosì verso le 3,30. Tempo di scaricare i bagagli
ed andiamo in un ostello minuscolo (il Residencial Felcar), un posto molto
essenziale, e con stanze freddissime. Ci addormentiamo alle 4. La voglia
di smadonnare è tantissima, ma domani è un altro giorno.
21.03.2003
Potosì
Mi sveglia Francesca verso le 8. Ho dormito poco, ma non sono
eccessivamente stanco. L’ostello non è male: c’è
un cortiletto interno invaso dai fiori, dove facciamo colazione.
Francesca si stranisce non poco con il gestore dell’albergo, che
a più riprese le chiede di saldare il conto della stanza entro
le 12. Per non avere problemi e tagliare la testa al toro, decidiamo quindi
di pagare per un’altra notte – costa solo 25 boliviani, circa
3 euro – e di lasciare i bagagli in camera, così da poter
girare per Potosì con tutta calma.
Mangiamo, usciamo e ci dirigiamo subito verso il terminale degli autobus,
dove prenotiamo un mega bus di lusso per La Paz, che parte stasera stessa
alle 20 ed arriva a destinazione alle 6,30 di mattina.
Abbiamo
quindi tutta la giornata per passeggiare placidamente per la città.
Potosì è molto carina: moderna, ricca, piena di monumenti
e di abitazioni dell’era coloniale. C’è molta gente
in giro, tanti negozi, bancarelle, uffici, ed un’infinità
di cartolerie e di copisterie. E’ la città dei notai e degli
avvocati, prima città in Bolivia per produzione di materiale di
cancelleria (questo ce l’ha spiegato Carlo quando eravamo a La Paz).
Andiamo dritti al mercato centrale, che si sviluppa anche questo su molte
stradine attorno ad una piazza. Potosì è anche la città
boliviana dove si mangiano le migliori tucumanas: di fronte al mercato
campeggia un cartello con la scritta “Tucumanas especiales”.
Ci fermiamo un attimo e ne mangiamo un paio, tanto per dare un rinforzino
alla colazione.
Passeggiamo ancora per un po’, e poi entriamo in un ristorante consigliatoci
da Carlo.
Dopo tutti questi giorni, finalmente mangiamo in abbondanza: filetto ai
funghi con contorno di patate con insalata io, un grande churrasco con
un’enorme porzione di verdure Francesca. Il tutto per i soliti 3
euro a testa.
Nel ristorante ne approfittiamo per guardare in TV le notizie dal Mondo:
ieri è scoppiata la guerra in Iraq, e le immagini fanno passare
l’appetito. Al contrario di quanto accade nel nostro paese di merda,
i servizi che passano in TV sono tutti antiamericani, esplicitamente schierati
contro la guerra. Un servizio spiega come a La Paz, ieri, si sia svolta
una manifestazione di protesta anti-USA, e nel video appare una vecchia
cholita che, con il pugno chiuso, urla “el pueblo, unido, jamas
sera vencido”. Decisamente un popolo diverso dal nostro…
Usciamo e ci dirigiamo verso il mercato artigianale della città.
Troviamo un sacco di negozietti che vendono tessuti, borse, cappelli,
oggetti in terracotta ed in legno. Per pochi bolivianos, anche oggi facciamo
il pieno di roba da portare a Roma.
Passiamo anche per delle bancarelle che vendono oggetti in argento –
dopotutto Potosì è la città delle grandi miniere
d’argento – e compriamo qualche piccolo gioiellino artigianale.
Contenti e soddisfatti, ci appropinquiamo verso l’ostello alle 16,30,
chiudendoci in camera per riposare.
Ci sdraiamo sul letto, leggiamo e scriviamo fino alle 19. Un po’
di riposo ci sta bene. Ci muoviamo quindi verso il terminal: alle 20 parte
il bus per La Paz. E’ effettivamente grandissimo, con sedili spaziosissimi
ed un comodo poggia piedi, che in teoria dovrebbe consentire di dormire
per tutta la durata del viaggio.
I primi chilometri del tragitto scorrono abbastanza tranquilli, e verso
le 21,30 facciamo una prima sosta, per fare pipì e mangiare. La
fame mi fa compiere il primo grande errore del viaggio: entro in una catapecchia
gestita da cholitas e, per 4 boliviani (mezzo euro), mangiamo sia io sia
Francesca. Lei prende una leggera zuppa ai cereali, io invece prendo il
secondo: un piatto abbastanza robusto con un pezzo di carne al sugo, duro
come un pezzo di coda alla vaccinara mal cotto, con contorno di patate
in umido ed una buona quantità di cipolle crude. Inutile dire che,
appena rimetto piede in autobus, inizio ad avvertire delle fitte allo
stomaco… ci metterà un po’ a scendere il tutto…
E finalmente dormiamo.
All’1,30 però mi sveglio. L’autobus ha guadato un corso
d’acqua ed è affondato nella melma. E’ piovuto molto
ieri, e la strada sterrata e piena di buche non ha retto ed è divenuta
un enorme pantano.
Attorno al bus ci sono altri pullman, camion ed automobili, tutti bloccati
nella melma.
Il nostro autista tenta invano di avanzare, e restiamo fermi per almeno
un paio d’ore...
** INTERLUDIO **
Dal diario di Francesca:
"VIAGGIO IN CAMBUS"
Il bus per La Paz lo abbiamo scelto senza badare
a spese, 50 boliviani per due posti nel Cambus, con sedili reclinabili
al massimo, distanti tra loro e con un sostegno per stendere le
gambe. Insomma, 10 ore di viaggio che intendevo passare a dormire
come un bimbo, e che apettavo con ansia dopo la burrascosa e stancante
notte precedente.
Già quasi subito, la dichiarazione di Carlo circa le condizioni
della strada (asfaltata, secondo lui) si rivela inesatta, ma ormai
alla guida nel fango ci siamo abituati e non ci si fa più
caso; approfittando dei comodi sedili mi addormento dolosamente.
Quando riapro gli occhi mi rendo conto, anzi – me lo dice
Maurizio, che la tranquillità dell’ultima ora e mezza
di sonno non è dovuta all’abitudine alla fanga, bensì
al fatto che il cambus è fermo, impantanato.
Una boliviana di un metro e mezzo urla convocando tutti gli uomini
degni di questo nome (“caballeros… sin caballos!”)
giù dal pullman, per spingerlo.
Scendo anche io per rendermi conto della situazione e – affondando
subito nella guazza – vedo il nostro bestione inclinato con
le ruote destre seminascoste nel fango. Considerando che il bus
è alto più di un metro e mezzo da terra e che le ruote
sono grosse più o meno come me, rimango impressionata, ed
acquisisco due certezze: (1) non ce la faremo mai a spingerlo fuori,
(2) resteremo qui tutta la notte.
Voltandomi, vedo però che siamo in buona compagnia: dietro
a noi, a pochi metri, c’è il fiume che abbiamo appena
guadato, con almeno altri tre mezzi – tra camion e pullman
– impantanati. Il via vai di gente è impressionante,
non ci siamo solo noi, ci sono anche bus e camion bloccati nella
direzione opposta, a fari spenti ed apparentemente abbandonati,
i cui occupanti sono scesi per aiutare o si sono messi a dormire,
rassegnati (come me) a passare qui la notte.
Anziché stranirmi mi diverto a girare tra i mezzi, curiosa
di vedere come questa gente, evidentemente avvezza a fronteggiare
simili situazioni, si caverà dall’impasse.
Esortati dalle perentorie istruzioni della boliviana, diversi uomini
di buona volontà – tra cui Maurizio – si dispongono
in due file dietro al bus e cominciano a spingere coordinati con
l’autista. Il bus si muove, finalmente, ma fatti pochi metri
sorge un problema: il bestione sta scivolando contro i due mezzi
fermi nella direzione opposta.
Via di corsa quindi da lì dietro, il bus rincula per fermarsi
nelle buche fatte in precedenza. Si cercano allora i relativi autisti
e si guidano nelle faticose manovre di avanzamento (prima uno e
poi l’altro) dei mezzi, per evitare lo scontro che avrebbe
peggiorato le cose.
Reso “libero” il campo, con i medesimi sforzi di prima
si riesce a far uscire il bus dalla fossa (ma non scatta l’applauso!),
si risale più o meno velocemente tutti sopra (dopo una attenta
pulizia delle scarpe perché il bus è di lusso).
I primi minuti di cammino stiamo un po’ tutti attenti a come
si evolve la traversata, poi ci si rilassa e ognuno torna al proprio
dormiveglia sballottato.
Ma è un rilassamento prematuro, perché quasi subito
il bus si ferma: stavolta non siamo noi, ma c’è un
cambus come il nostro (quante ore sono che è lì?)
che è completamente piegato su un fianco ed appoggiato alla
parete destra della strada (che è una montagna di fango,
ovviamente).
L’aiutante scatta subito fuori in ricognizione (o come rappresentante
dei nuovi venuti?), si spengono i motori e l’immagine triste
del pachiderma accasciato su un fianco, come se fosse ferito, mi
dà la certezza che passeremo qui tutta la notte sul serio,
stavolta.
C’è di buono che qui siamo molti di più, è
evidente che questo punto critico sta mietendo impantanati già
dal pomeriggio, ci sono molti più mezzi fermi in entrambe
le direzioni, e tanta di quella gente in giro che sembra una festa
di paese.
Nel buio più totale l’illuminazione ad altezza uomo
dei fari rende ancora più surreale la scena, come se non
fosse vera.
Sporgendomi dal finestrino noto la soluzione (probabilmente l’ennesima)
che hanno deciso di adottare: una serie di uomini tenta di trainare
fuori dal guado il bus con una corda attaccata sopra la cabina dell’autista,
e ovviamente quest’ultimo fa la sua parte al volante.
Nella mia incredulità il bestione comincia a muoversi e scivolare
in avanti, aumenta suo malgrado la velocità e per effetto
degli uomini che tirano da davanti comincia a mettersi di traverso:
“così siamo a posto e non passa più nessuno”,
penso io, ma proprio nel rush finale, forse per l’abilità
dell’autista o forse per il contrario, l’animale scoda,
sbatte violentemente il lato posteriore contro la parete di fango
su cui giaceva e si raddrizza – è il caso di dirlo
– di botto!
Al rumore sordo della crocca i più ammutoliscono (i nostri
si sporgono dal finestrino per vedere!), finchè non risulta
evidente il lieto fine.
Il bus riprende lentamente il suo cammino, noi ci accodiamo passando
davanti agli altri mezzi e ai relativi occupanti.
L’ultimo motivo di apprensione deriva dal fatto che –
dovendo passare precisamente nello stesso punto del nostro predecessore,
sembrava matematico che anche noi ci adagiassimo sulla parete (dalla
parte mia, per giunta), ma mentre mi preparavo per attutire il colpo
sul vetro, il nostro abile autista ha superato la difficoltà.
D’altra parte, ormai erano a disposizione uomini e tecniche
per aiutare anche noi, e quindi la preoccupazione era relativa.
Mentre andavamo via mi sfilavano davanti agli occhi gli infiniti
pullman e camion fermi, e se da un lato mi chiedevo se e quando
mai sarebbero arrivati a destinazione, dall’altro pensavo
che tanto – vista la quantità di mezzi impantanati
lungo il percorso dietro di noi – di certo gli occupanti non
si sarebbero annoiati.
Eh sì, ho avuto la netta sensazione di non essere stata l’unica,
questa notte, a essermi divertita!
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** FINE INTERLUDIO **
Siamo entrambi divertiti dall’avventura e dallo spettacolo offerto.
In fondo del ritardo non ci frega nulla, e dal modo tranquillo in cui
i boliviani reagiscono, è evidente che qui la natura scandisce
i ritmi di tutti gli avvenimenti. Contro una frana, un diluvio, o nelle
condizioni climatiche più avverse, c’è ben poco da
fare.
Si riparte dopo tutte queste attività, ed in poco tempo ci si riaddormenta.
22.03.2003
La Paz – Coroico
Arriviamo a La Paz verso le 10. Riprendiamo i bagagli, e velocemente
raggiungiamo Carlo che, conoscendo il paese, non era affatto preoccupato
dal ritardo del pullman. E finalmente ci rifacciamo una sana e lunga doccia,
scrostandoci di dosso tutta la sporcizia e la stanchezza fisica di questi
giorni.
Mangiamo una tucumana dopo aver fatto colazione, ed insieme a Carlo 2
andiamo tutti e quattro a prendere il micro per le Yungas, che parte alle
15.
Il tratto che da La Paz porta a Coroico è tristemente famoso in
tutto il mondo: la carretera de la muerte. Il percorso è
di circa un’ottantina di chilometri, ma è una piccola e stretta
stradina scavata sul fianco della montagna, che si sviluppa a picco sulle
vallate andine, con strapiombi di 600 metri che danno sul nulla.
Secondo l’ONU è la strada più pericolosa del mondo:
ogni 2 settimane un veicolo precipita con tutto il suo carico –
umano e non – verso l’infinito vuoto.
Ovviamente siamo tutti elettrizzati dall’attesa, facciamo battute
sulla caduta, cercando di sdrammatizzare e placare la tensione.
La fitta nebbia presente sulla strada impedisce di avere una visione nitida
dello strapiombo, ma la discesa è veramente da brivido. Il piccolo
micro percorre la strada sul lato esterno, verso il vuoto, ed ogni tanto
la nebbia si dirada offrendo uno scorcio della lontanissima vallata.
A mano a mano che scendiamo verso altitudini più umane (Coroico
è a circa 1.500 metri), cambia la temperatura, ma soprattutto cambia
radicalmente la vegetazione: le piante diventano sempre più grandi
e folte, cominciano a comparire i primi fiori, e l’autobus passa
spesso sotto delle piccole cascate che affiorano da rigogliosi boschetti
fitti di vegetazione.
Altro che strada pericolosa, è in realtà la strada più
meravigliosa del mondo.
E’ tutto verde, in qualunque direzione, gli alberi sono altissimi,
ci sono corsi d’acqua ovunque, siamo immersi in una bellissima foresta
ricolma di vita e di colore.
La
strada però è molto sdrucciolevole e fangosa, infatti a
poco più della metà del percorso ci fermiamo dietro ad una
lunga coda di veicoli a causa di una grossa frana, che ha bloccato il
traffico in entrambi i sensi.
Anche in questo caso nessuno sembra sconvolgersi. Scendiamo tutti dal
micro per “ammirare” il fantastico panorama ed osservare le
ruspe che rimuovono la terra caduta sulla strada.
In circa un’ora, tutti i veicoli provenienti da Coroico (che hanno
la precedenza su quelli provenienti da La Paz) riescono a passare oltre
la frana. Anche noi risaliamo sul micro e continuiamo la discesa.
Arriviamo a Coroico dopo un viaggio di quattro ore pulite.
Il paesino è una ridentissima comunità che sorge su una
collina rigogliosa e ricolma di fiori selvatici.
Attorno alle case crescono felci enormi, ficus, banani, papaie e palme,
ed io sono felicissimo di trovarmi in tutto quel verde, in quella fantastica
natura, in un contesto così rassicurante e fertile.
Abbiamo una prenotazione presso un alberghetto fuori città, un
complesso di cottage rustici immersi nei giardini tropicali. Per arrivare
all’hostal siamo costretti a chiamare la reception ed a farci venire
a prendere con un fuoristrada sulla piazza principale: la strada è
in salita, totalmente sconnessa, e bisogna percorrere 3 km prima di arrivare.
Andiamo, non senza prima consumare una ricchissima cena in un ristorante
che conosce Carlo 1, che intrattiene simpatiche conversazioni con il proprietario.
L’ostello è effettivamente sperduto nel nulla, isolato dal
paese ed abbastanza lontano da rendere difficili tutti gli spostamenti
a piedi. La sistemazione, però, è decisamente comoda e suggestiva:
ci danno una casetta a due piani, con un soppalco in legno grezzo, un
minuscolo angolo cottura con tavolo, e quattro letti morbidi, comodi e
pulitissimi.
All’esterno c’è un giardino con alberi altissimi, piante
di ficus, arbusti carichi di fiori e felci smisurate.
Il bagno è una piccola costruzione in muratura con una doccia dipinta
di blu ed una porticina per il WC, circondata da molte piante anch’essa.
Insomma, non siamo molto contenti di non poter uscire, ma godiamo della
pace e della bellezza in cui ci troviamo. I ragazzi comprano tre bottiglie
di vino cileno, e chiacchieriamo tutta la sera, con i mille rumori della
foresta. Grilli, uccelli e fruscii a iosa, ininterrottamente.
Finalmente un letto più che comodo, una casa curata e carina, finalmente
una notte senza sveglia.
23.03.2003
Coroico
Dormo come un sasso, mi sveglio alle 9,30 per andare in bagno.
C’è già moltissima luce, e quando metto il naso fuori
casa vedo due grossi uccelli neri dal becco giallo e la cresta blu sostare
sul tavolo del giardino, accanto ai residui della serata. Appena mi vedono
spiccano il volo, ed io mi ritrovo stupito tra mille rumori di uccelli
ed altri animaletti sparsi nelle vicinanze.
Gli altri aprono gli occhi poco dopo, facendo anche loro molti apprezzamenti
sulla situazione mattutina, che mette di buon umore già dopo il
risveglio.
Facciamo colazione, e decidiamo di cambiare albergo, preferendo una sistemazione
in città, vicino alla piazza centrale di Coroico.
Una volta tornati in paese, troviamo una splendida stanza al “Bella
Vista Hotel”, sicuramente meno originale del cottage della scorsa
notte, ma spaziosa, pulita e profumata.
Per 6 euro a testa abbiamo una camera dotata di un’enorme finestra
panoramica, che offre vedute meravigliose della vallata sottostante e
delle montagne che circondano Coroico.
Di tanto in tanto avvistiamo degli splendidi falchi che sorvolano l’area
in cerca di cibo. Alcuni passano a pochi metri dalla finestra.
L’albergo dispone di una piscina coperta, ma offre anche accesso
gratuito alla piscina comunale del paese, dove decidiamo subito di tuffarci
e prendere il sole.
Non c’è altro da fare: a Coroico ci si riposa, si dorme,
si mangia.
Alle 16 i due Carli ci abbandonano, visto che domani devono lavorare.
Francesca ed io, prima ci concediamo una grassa dormita di un paio d’ore,
poi decidiamo di andare a bere qualcosa in uno dei pub attorno alla piazza,
specializzato in cucina messicana, dove alla fine ceniamo.
Curiosi gli altri avventori del pub: un gruppo di ragazzi slavi (almeno
così capiamo, ma potrebbero essere russi) accompagnati da un ragazzo
indio – probabilmente boliviano – che conversa con loro alternando
russo e spagnolo. Bevono come spugne tutta la sera.
Noi ci limitiamo ad un semplice cocktail, ma abbondiamo con la cena, dopodiché
verso mezzanotte decidiamo di tornare in camera e dormire.
24.03.2003
Coroico
Dormiamo profondamente tutta la notte, nel nostro comodo letto,
svegliandoci alle 9,30 con il sole.
La vista dal finestrone è veramente suggestiva. La vallata è
rigurgitante di colore, e numerosi falchi (ne contiamo almeno 5) volano
in alto per la colazione. Con molta calma, anche noi usciamo a procacciarci
il cibo, e consumiamo un lauto desayuno in un locale (il Backstube)
gestito da tedeschi.
Coroico è piena di tedeschi, figli di ariane persone rifugiatesi
in Bolivia. Probabilmente si tratta di ex nazisti che si sono trasferiti
qui dopo la guerra ed hanno messo su famiglia, infatti ci sono un sacco
di bambini dai lineamenti andini, ma biondi con gli occhi azzurri.
Francesca ipotizza una connivenza tra i narcotrafficanti del posto ed
i ricchi crucchi sfuggiti all’epurazione in Europa, e la cosa –
effettivamente probabile – si respira in tutto il villaggio, dove
le case più belle e più ricche sono di proprietà
di personaggi decisamente europei. Carlo 1 poi ci spiegherà che
la zona è abitata da molti cooperanti tedeschi arrivati a Coroico
negli anni ’70… due interpretazioni distinte, ma secondo me
in qualche modo collegate.
Oggi manca l’elettricità in tutto il paese, e in albergo
ci dicono che sarà ripristinata verso le 17. Questo rende impossibile
fare telefonate o inviare mail… pazienza, ci penseremo domani a
La Paz.
Con
lo zainetto in spalla, ed il costume indosso, partiamo da Coroico per
una delle mini escursioni tra le montagne. È la più facile
quella che scegliamo, una gita verso le cascate di acqua sorgiva che alimentano
gli acquedotti locali.
Il sole a picco brucia, rendendo difficile la già faticosa camminata
in salita, però tira un bel venticello che sicuramente aiuta. Il
sentiero è facile, ben indicato e largo.
In mezzo al nulla vediamo, ad un certo punto, un turista che ci segue
e ci raggiunge, probabilmente anche lui in cerca delle cascate. Gli chiediamo
se conosce la strada, e stupidamente lo seguiamo fuori dal sentiero, verso
la cima di una collina ripida e visibilmente fuori percorso.
Il cretino dapprima si dice sicuro di quella scorciatoia (sembra un boliviano
di La Paz, quindi gli crediamo), ma dopo venti minuti di scarpinata dura
e faticosa ammette di aver sbagliato strada…
Torniamo sui nostri passi e riprendiamo il sentiero principale, ma dopo
un po’ il cammino ci viene sbarrato da un’intera famiglia
di cavalli, che passa placidamente il tempo a brucare l’erba della
montagna. Non c’è modo di evitarli. Il tragitto è
l’unico possibile, non possiamo risalire le colline, ed oltretutto
sono proprio tanti, passato il primo dovremmo superarne altri sette, ed
alcuni sono decisamente grossi. Non sappiamo cosa fare. Le cascate sono
ancora lontane (ci avevano assicurato 1 ore di percorso, ma ne sono passate
già tre…), non osiamo avvicinarci troppo ai cavalli, che
non si muovono di un centimetro. Non vedendo altri sentieri percorribili,
da bravi italiani poco avvezzi all’avventura decidiamo di tornare
indietro, accaldati ed a bocca asciutta, accontentandoci di questa breve
passeggiata tra le montagne, incompleta ma ugualmente faticosissima.
Ci buttiamo in piscina, alla faccia del trekking e delle escursioni, e
passiamo un bel po’ di tempo senza far niente, prima della cena.
25.03.2003
Coroico – La Paz
Oggi si torna a La Paz. Il micro parte alle 7, pieno di gente
come al solito. Non è un veicolo piccolo come quello dell’andata,
quindi la mitica strada la faremo con un po’ di paura in più.
Ci rassicura il guidatore: il micro è “medianito, ni
grande ni chiquito”, quindi partiamo di buon grado.
Le nebbie delle vallate circostanti non si sono ancora diradate, e le
cime delle colline sono bellissime, sembrano avvolte nell’ovatta.
Scattiamo entrambi le ultime fotografie.
Nello stesso punto in cui avevamo trovato la frana tre giorni fa, il bus
si ferma in attesa del suo turno. Non hanno ancora spalato tutta la terra,
ma in tre giorni sicuramente si sono organizzati, e l’attesa non
è poi così lunga.
Il nostro guidatore è visibilmente sciolto e tranquillo, forse
anche troppo: quando è il nostro turno, il terreno fangoso e smottato
ci fa scivolare, proprio verso il baratro. Per la prima volta da quando
siamo arrivati in Bolivia, leggiamo lo sgomento e la paura negli occhi
dei viaggiatori: una delle ruote del micro è a pelo sul nulla,
e sembra che lo sterzo si rifiuti di obbedire alle svolte dell’autista
(che in questa manovra ci sembra anche un po’ ubriaco, a dire il
vero).
Fortunatamente passiamo incolumi, non senza bestemmie, moccoli e parole
non proprio dolci. Ci siamo molto spaventati.
E siamo finalmente a La Paz dopo 3 ore e mezza.
Questa è l'ultima giornata di viaggio. Domani si riparte alle 5
di mattina.
Ne approfittiamo per andare a fare gli ultimi a acquisti, in Calle Sagarnaga,
una via del centro piena di negozietti, e per mangiare l’ultima
tucumana… Dio, se mi mancheranno le tucumanas.
Per la sera, Carlo 1 ci ha organizzato una notte bianca. Prima andremo
al ristorate peruviano a mangiare ceviche, poi in un locale dove fanno
musica dal vivo. Le intenzioni son quelle di farci arrivare all’ora
di partenza senza dormire, e noi accettiamo di buon grado: in fondo amiamo
lo spirito di iniziativa di Carlo.
In serata ci raggiunge Pilar, una ragazza paceña molto, molto carina,
con cui Carlo (che non ha perso tempo) ha una relazione. E’ lei
che ci accompagna, dopo cena, in un locale dove ascolteremo alcuni suoi
amici che fanno cover degli Heroes del Silencio, che qui in Sud
America sono dei miti viventi…
Verso le 2 decidiamo di abbandonare l’idea della notte bianca, e
torniamo nella nostra stanza (da Carlo 2) per impacchettare le ultime
cose e chiudere i bagagli.
E’ finita. Dormiamo un paio d’ore e verso le 4 scendiamo in
strada in cerca di un taxi.
Ci aspetta un lungo viaggio fino a Roma.
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