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SPIGOLATURE
Il Bristol Cottages Kilimanjaro
è un albergo gestito da indiani. E' solo a due passi dalla stazione
Bus di Moshi, ed è veramente carino. Un cottage con due letti costa
50 dollari, però chiedete uno sconto alla ragazza indiana della
reception (molto carina e gentile). Preparano anche dei pasti.
Se volete prendere un bus che copre la tratta
Arusha-Moshi-Dar Es Salaam, consiglio a tutti di andare al terminal della
SCANDINAVIAN (in realtà più che un terminal
è un baraccone nascosto dietro la Stazione di servizio. Se non
lo trovate fatevi aiutare da un passante). La società offre vetture
confortevoli; il biglietto costa solo un po' di più, ma il viaggio
è comodo, facile e bello. Fatevi fare uno sconto se, come noi,
decidete di passare qualche giorno sui monti Usambara e quindi dovete
fermarvi a metà strada, a Mombo, New Liverpool Hotel. Ricordate
che il viaggio in autobus (a prescindere dalla tratta) va prenotato almeno
un giorno prima. Altrimenti non salite.
Se dovete andare a Lushoto, scendete a Mombo ma
NON al Liverpool Hotel, che dista 3 km dalla fermata del dalla-dalla per
gli Usambara. Chiedete al conducente di fare una piccola sosta dopo e
farvi scendere.
Il Saint Eugene Hostel è
una struttura gestita da religiose locali. E' economico, molto grazioso
e pulito. Il posto si contraddistingue per la fantastica cucina
delle suore, che utilizzano ingredienti coltivati nell'orto dietro l'ostello.
Mangerete tantissimo e benissimo.
Se volete andare dall'ostello a Lushoto passano
molti dalla-dalla, che impiegano poco più di tre minuti. Se non
trovate posto (ossia quasi sempre) aggrappatevi allo scalino e tenetevi
forte.
A Lushoto, se avete tempo, fatevi un giro
delle chiese verso le 17: ovunque troverete una live session
di canti religiosi, che però sono diversissimi dai nostri. I bambini
e gli adulti cantano insieme ritmati da tamburi africani, e le melodie
sono briose, piacevoli ed allegre.
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03.08.2002
Arusha – Moshi
Sveglia alle otto. Facciamo una veloce colazione ed avvertiamo
Lazarus del cambio d’albergo della serata precendente. Ci viene
a prendere alle 9,30. Sorprendentemente, riusciamo grazie a lui a recuperare
i soldi della topaia che ci sono stati estorti il giorno prima (in tutto
80 dollari). Siamo molto felici e recuperiamo anche fiducia nei confronti
di Lazarus.
Andiamo in banca a prelevare dei soldi e poi prendiamo un minibus per
Moshi. E’ uno spettacolo. Siamo gli unici bianchi in mezzo ad una
quarantina di tanzani, e l’autobus è stracolmo. L’autista
(pazzo come tutti gli autisti qui) corre e guida come un incosciente,
ma (non so come) arriviamo a Moshi dopo un’ora scarsa.
La città sembra molto più tranquilla rispetto ad Arusha,
più verde e pacifica. Troviamo posto al Bristol Cottages Kilimanjaro,
un albergo molto grazioso e pulitissimo, con piccoli cottage immersi nel
verde di un grande giardino. Insomma, anche oggi siamo soddisfatti dalla
sistemazione.
Moshi ha un’atmosfera molto orientale: si vedono molti indiani,
e le costruzioni sono un po’ meno vetuste di Arusha. Anche la gente
sembra più accogliente, non ti saltano tutti addosso come ad Arusha,
anche se ad ogni modo siamo avvicinati di continuo da ragazzi che ci propongono
trekking sul Kilimangiaro, e che vogliono parlare, conoscerci, comunicare.
Gli italiani stanno molto simpatici a tutti, e tutti si sforzano di dire
qualche parola nella nostra lingua. Conosciamo un ragazzo rasta, che ci
segue durante tutto il giorno in città. E’ molto simpatico,
anche se un po’ invadente, e ci propone una serata per domani in
un locale dove suona.
Durante il pomeriggio sbrighiamo un sacco di faccende importanti: prenotiamo
l’autobus per Lushoto, telefoniamo a casa (mio papà è
felicissimo di sentirmi) e prenotiamo la “scalata” sul Kilimangiaro.
In realtà più che una scalata è una riposante passeggiata
di quattr’ore, organizzata con una guida che ci accompagnerà
durante tutto il tragitto nella foresta tropicale ai piedi della montagna.
Di sera, mangiamo velocemente del pollo tandoori in albergo, e poi a nanna.
04.08.2002
Kilimangiaro
Sveglia alle 7. Abbiamo dormito benissimo, l’unico problema
è stato il Lariam, che abbiamo preso ieri e che ci ha fatto male
più delle volte precedenti. Abbiamo mal di testa e siamo rintronatissimi,
non è una bella sensazione…
Ad ogni modo, ci alziamo e ci vengono a prendere alle 8, con una Land
Rover identica a quella di Maasai.
Arriviamo a Marangu dopo 40 minuti. La strada è molto bella, c’è
una fitta vegetazione sui bordi, molto folta ed allegra. Ci sono parecchie
nuvole anche oggi, ma ci dicono che è normale in questo periodo
dell’anno. Siamo proprio sfigati, neanche riusciamo a scorgere il
Kilimangiaro, è completamente avvolto dai vapori. Vabbè…
All’ingresso del parco c’è anche moltissima nebbia,
fa freddo ed è tutto bagnato. In compenso Marangu è uno
spettacolo: un villaggio immerso in un’enorme piantagione di banani.
Qui coltivano solo banane, ovunque solo ed esclusivamente banane. L’atmosfera
è molto piacevole, e con Pier riusciamo finalmente a comprare un
maglione, che paghiamo pochissimo, in una bancarella all’ingresso
del parco. Il mio mi viene ceduto da uno del posto, che mi dà proprio
il suo pile per 10 dollari. Se lo sfila e me lo passa...
Iniziamo la passeggiata sul sentiero che porta al primo rifugio (il Mandara
Hut), e ci addentriamo in una fitta foresta con alberi altissimi, molta
umidità, e soprattutto molto fango. Il sentiero è il più
semplice (lo chiamano “Coca-cola Route”), la salita molto
lieve e piacevole, anche se l’umidità si condensa sui vestiti,
e passando sotto gli alberi cade in continuazione l’acqua accumulata
sulle foglie.
Facciamo 4 km, e poi con Pier decidiamo di fermarci e tornare indietro.
La strada comincia ad essere troppo fangosa, ed io ho serie difficoltà
a procedere. Più che difficoltà contingenti, sono un po’
preoccupato per la gamba che ho fratturato mesi fa, che non fa male, ma
inizia a dare i primi cenni di stanchezza.
Il tragitto di ritorno è breve. A Marangu incontriamo il guidatore
della Rover (Victor) che ci porta a Moshi per 20 dollari. Non sono pochi,
ma l’idea di tornare a dormire in albergo è irresistibile.
Ed infatti in albergo piombiamo in un profondo sonno di 2 ore, che ci
rincoglionisce più che ristorarci. Il Lariam è pesante,
proprio troppo, e la sensazione al risveglio è molto sgradevole.
Pier sta male, ha la nausea, però resistiamo. Ceniamo alle 20 con
Erika e Matteo (che sono arrivati fino al primo rifugio), ed andiamo a
letto un’altra volta con le galline.
05.08.2002
Moshi – Lushoto
Sveglia alle 8. Abbiamo dormito molto rispetto agli altri giorni.
Prepariamo tutto e partiamo.
Arriviamo a piedi alla stazione dei Bus di Moshi, in largo anticipo, non
perché usciamo troppo presto, bensì perché l’autobus
per Dar Es Salaam è in forte ritardo.
Arriva, infatti, alle 11 (anziché alle 9,30), e con grande stupore
notiamo che abbiamo prenotato un autobus di lusso, meraviglioso. Spazioso
come un vero pullman moderno, alto, con aria condizionata, televisione,
hostess e servizio a bordo.
Ci offrono dei biscotti, delle bibite, e sullo schermo mandano “Colazione
da Tiffany”; insomma, abbiamo speso un po’ di più,
sempre meno – naturalmente – di quello che spenderemmo in
Italia, ma il servizio vale notevolmente la differenza.
Notiamo che i locali che sono sul bus sono tutti agghindati, le donne
sfoggiano pettinature barocche e gli uomini sono tutti molto ben vestiti.
Capiamo che per loro prendere un autobus a 20 dollari equivale a prendere
l’aereo, e – come succedeva da noi negli anni 70 – quando
si prende un mezzo così di lusso ci si addobba. La cosa curiosa
è l’atteggiamento signorile che assumono, in realtà
si vede che sono tesi, non sono abituati a tanto lusso, ed infatti alcuni
di loro (poco avvezzi ai viaggi lunghi), afferrano i sacchetti di plastica
nei sedili ed elegantemente vomitano per il mal d’auto…
Per una volta capitiamo anche con un guidatore che va ad una velocità
ragionevole, senza correre e sorpassare come un pazzo.
Il viaggio trascorre in modo molto gradevole, ascoltando musica e guardando
i meravigliosi panorami, che cambiano molto velocemente.
Si passa dalla savana brulla ed arsa alla verde vegetazione tropicale
in pochissimo tempo, e la terra diventa sempre più rossa.
Scendiamo quindi a Mombo (a metà strada tra Moshi e Dar), salutiamo
Erika e Matteo (che ritroveremo forse a Zanzibar tra qualche giorno) e
cerchiamo subito un dalla-dalla per Lushoto.
Veniamo aiutati anche in questa circostanza dalla gente del posto, ed
in meno di cinque minuti siamo sul minibus. Parte solo dopo aver stipato
una ventina di persone nello spazio che dovrebbe contenerne 10, e risale
il pendio che porta sulle montagne. La strada tra Mombo e Lushoto è
veramente bellissima. Siamo in mezzo a delle montagne che ricordano molto
la Svizzera, con cascatelle, abeti, e delle fattorie dai colori incantevoli.
Sembra un mix di Toscana, Svizzera ed Amazzonia, è un paesaggio
che ci piace molto (anche se Pier sostiene che gli stessi panorami si
godono a San Gimignano… mah…).
Il dalla-dalla si ferma ogni 5 minuti per scaricare e caricare gente,
e facciamo 20 km in più di un’ora, stretti e scomodi.
Arriviamo quindi all’ostello che abbiamo prenotato. E’ gestito
da suore locali, e si avverte subito l’atmosfera di convento.
A me tutto ciò piace, mi dà un senso di tranquillità
e sicurezza. A Pier un po’ meno, ma ad ogni modo anche lui è
colpito dalla Natura, che è un vero spettacolo.
La stanza è molto graziosa, forse un po’ essenziale, però
molto pulita e profumata, con un terrazzino che dà sulle colline
circostanti. Purtroppo delle enormi grate di metallo chiudono il terrazzo,
deturpando seriamente il panorama. E’ un vero peccato, però
mi viene molta voglia di camminare per quei posti, e già pregusto
il riposo dei prossimi giorni.
Scrivo in questo momento proprio dal terrazzino, e mentre scrivo il Sole
tramonta lontano, tingendo le nuvole. Ci
sono degli odori meravigliosi, si sentono migliaia di grilli e cicale,
ed in lontananza si odono anche dei canti di bambini accompagnati da tamburi.
Di tanto in tanto un gallo canta ed una mucca muggisce. E’ un paradiso.
Sembra quasi una casa di cura.
Ci servono una deliziosa ed abbondante cena alle 7,30. Verdure coltivate
da loro, pesce, ed una zuppa ottima. Tutto molto fresco e sano. Apprezziamo
la cucina dell’albergo ed attacchiamo bottone con dei ragazzi di
Brescia, che sono qui da due giorni e fanno splendidi commenti sulle escursioni
nella natura circostante.
Rientriamo in camera alle 9. Domani niente sveglia.
06.08.2002
Lushoto
Non ci sono parole per descrivere la bellezza e la ricchezza
di questo meraviglioso posto. Lushoto è una cittadina incantevole,
la gente è molto tranquilla, il paesaggio lussureggiante e rasserenante,
l’aria fresca e pulita. C’è un’infinita quantità
di bambini, che sorridono e giocano ovunque ed in continuazione. Si respira
proprio un’atmosfera placida e sana.
Ci svegliamo alle 8,30, con molta calma, ed usciamo poco dopo per una
passeggiata. L’albergo dista 3 km dalla città, una strada
in salita circondata da una campagna unica. Un tragitto che con Pier facciamo
in mezz’ora abbondante. Lui si è svegliato male, con un brutto
mal di testa, capogiro e nausea. Gli stessi sintomi da 3 giorni, da quando
ha preso il terzo Lariam.
Sfortunatamente
i sintomi peggiorano quando arriviamo a Lushoto, e prendiamo la drastica
ma saggia decisione di andare in ospedale per verificare se si tratti
di malaria. Pare che il malessere causato dal Lariam sia molto simile
ai sintomi della malaria, questo non fa che agitare Pier e peggiorare
il suo stato di salute, quindi decidiamo di fugare qualsiasi dubbio ed
eliminare tutte le possibili paranoie.
Anche l’ospedale è uno spettacolo: una struttura molto semplice,
a capanne, con moltissime persone in attesa di cure.
Facciamo la fila e paghiamo il ticket di 400 TSh (800 lire); Pier deve
compilare il frontespizio di un quaderno che danno alla cassa: è
il suo libretto sanitario africano, un oggetto che diverrà in seguito
il suo orgoglio.
Chiediamo informazioni ad una signora molto gentile, che in un inglese
stentoreo ci spiega che bisogna prima andare dal dottore per una visita,
e poi passare in laboratorio a fare il test.
Il dottore a sua volta spiega che i sintomi potrebbero essere addebitati
indifferentemente al Lariam come alla malaria, e che quindi è bene
fare il test.
Sbrighiamo tutte queste faccende in meno di 15 minuti, sono ovviamente
tutti gentilissimi e ci fanno passare avanti. Il dottore con noi è
molto impettito e cordiale, vuole fare bella figura e dimostrare che in
Africa le cose non vanno poi così male. Sfodera un inglese eccellente.
Nell’attesa dei risultati incontriamo un altro dottore, anche lui
disponibilissimo e voglioso di dimostrare tutta la sua efficienza. Ci
spiega mille cose (anche troppe) e si dà molto da fare.
C’è, contrariamente a quanto accade da noi, un’atmosfera
allegra: le persone aspettano con calma sul prato adiacente le costruzioni,
c’è una signora sdraiata sotto un albero, e l’odore
non è quello dei nostri ospedali: è quasi speziato, lieve
e sano.
Arrivano i risultati delle analisi, che OVVIAMENTE sono negativi. Ci tranquillizziamo
subito, e torniamo in paese per il pranzo. Mangiamo in un ristorantino
dell’ottimo pollo al curry, accompagnato dal piatto nazionale, l’ugali,
una specie di polenta di manioca che dobbiamo prendere con le mani ed
intingere nella salsa. Io apprezzo molto, come ho fin dall’inizio
apprezzato tutta la cucina locale, anche se il piatto non è proprio
dei più leggeri.
Pier, indebolito ed infreddolito, decide di tornare dalle suore. Ci lasciamo,
ed io finalmente faccio un giro nel centro di Lushoto. Vado per un’oretta
in un Internet Café, e mando la mia prima mail dall’Africa.
Faccio un giro nel mercato e compro della frutta, saluto tutti e parlo
con tutti molto volentieri. Insomma, una pace assoluta, un piacere continuo,
sembra di essere nel paese dei balocchi.
A cena mangiamo con una ragazza finlandese che viaggia, sola, da due mesi.
07.08.2002
Lushoto
Giornata dedicata al fancazzismo estremo. Pier dorme fino a tardi
ed io leggo sul terrazzino. Andiamo in paese verso le tre, prendiamo il
dalla-dalla e visitiamo il mercato di Lushoto. Compriamo delle arachidi
e della frutta per pochi centesimi. Il paese, come ieri, è proprio
carino, pacifico e rilassante.
Al ritorno passiamo davanti ad un giardino privato, dove alcune persone
cantano, probabilmente sono le prove di canto della parrocchia locale.
Le voci sono molto piacevoli, e la melodia è celestiale. Torniamo,
sempre in dalla-dalla ma appesi allo sportello, in piedi sullo scalino,
e velocemente mangiamo e torniamo in camera.
Domani ripartiamo per Dar. Sono un po’ teso, perché lasceremo
questa oasi di pace e meraviglia e torneremo nel caos, tra gli arnacconi
ed i venditori ambulanti, però l’idea di passare l’ultima
settimana al mare mi stuzzica moltissimo.
A Lushoto prima o poi ritornerò.
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